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Sardegna

Dalla Flotilla allo sport sociale, Loredana Barra alla Festa dell’Unità ad Alghero parla dello sport come atto di resistenza

Flotilla, Gaza e sport sociale: Loredana Barra alla Festa dell’Unità di Alghero.

 

 

Un diario può essere molto più di un semplice racconto di viaggio: può diventare uno strumento per mettere ordine nei pensieri, elaborare le emozioni e, soprattutto, lasciare una testimonianza. È da questa riflessione che è partito l’intervento di Loredana Barra, presidente della UISP Sardegna, durante la Festa dell’Unità di Alghero, in occasione della presentazione di "Flotilla. In viaggio per Gaza. Diario di bordo per una nuova rotta" di Arturo Scotto, presente all’incontro.

«Permettimi di ringraziare Arturo, più che per il libro, per essere salito sulla Flotilla. Ma poi anche per il libro, per il diario», ha detto Barra, sottolineando il valore della scrittura dopo un’esperienza umanitaria, per raccontare, certo, ma anche per non dimenticare e fissare su carta le proprie emozioni. «Scrivere un diario quando si compiono missioni umanitarie è una necessità quasi fisica: serve prima di tutto a noi per rimettere in ordine i pensieri e metabolizzare un carico emotivo enorme che deriva dalla violenza che vedi, dagli occhi e dalle vite vissute o spezzate di chi incontri e che ti si appiccicano addosso».

Nel suo intervento, la presidente della UISP Sardegna ha parlato anche della dimensione personale delle missioni, della responsabilità nei confronti delle persone incontrate e del rapporto con chi rimane a casa. Di tutte le cose che spesso, quando si pensa a eventi del genere, vengono dimenticate o comunque messe in secondo piano. 

«Partire insomma non è una scelta semplice; tornare però lo è ancora meno, perché ti porti dentro la consapevolezza che là c’è ancora immensamente da fare».

Da qui, una delle domande centrali dell’incontro: può lo sport essere uno strumento di pace?

Per Barra sì, ma esclusivamente a una condizione: «Solo se lo restituiamo alla sua dimensione politica e sociale». La pace, ha sottolineato, non può essere considerata soltanto come assenza di guerra, ma anche come capacità di ricostruire relazioni e legami comunitari.

È proprio questo, secondo la presidente della UISP Sardegna, il ruolo dello sport sociale e per tutti: creare spazi nei quali le persone possano ritrovare regole condivise, relazione e possibilità di stare insieme.

«Non ferma le pallottole, ma prepara il terreno su cui costruire la pace quando il rumore delle armi finisce, creando “zone libere dal conflitto” in cui le regole della violenza vengono sospese e sostituite da regole condivise» ha detto durante l'incontro.

Un concetto che Barra ha invitato a osservare da una prospettiva diversa, spogliando lo sport di tutto ciò che, sfavillante, normalmente gli ruota intorno: grandi stadi, medaglie, diritti televisivi, attrezzature e prestazioni.

«Che immagine vi resta nella mente dello sport quando gli togli tutto?», ha chiesto. «Resta uno sport fatto di niente».

Un pallone, due pietre per delimitare una porta, uno spazio di gioco improvvisato. In un contesto di guerra, anche questi elementi possono assumere un significato diverso: «Correre dietro a un pallone sgonfio tra le macerie non è svago, non è “tempo libero”. È un atto di resistenza pura».

Al centro dell’intervento anche il tema dei corpi, particolarmente significativo per chi, come Barra, opera quotidianamente attraverso lo sport e il movimento: nei contesti segnati dalla guerra, ha spiegato, il corpo porta i segni della paura, del trauma e dell’insicurezza. Il corpo è la testimonianza del dolore e delle sofferenze. 

«La guerra non colpisce solo le infrastrutture, ma annienta l’identità e la dignità delle persone che miracolosamente riescono a sopravvivere. E in quelle terre ferite quei corpi parlano… anzi urlano».

Ma è proprio attraverso il gioco e lo sport che quei corpi martoriati possono tornare a occupare una dimensione diversa.

«Quando portiamo lo sport sociale e il gioco in quei contesti, il nostro obiettivo è fare una cosa apparentemente semplice ma rivoluzionaria: permettere a quei corpi di smettere di difendersi dalla paura e di tornare a sentirsi umani, dare loro lo spazio per esistere».

Particolare attenzione è stata dedicata ai bambini che vivono in contesti di guerra o nei campi profughi: per loro, ha spiegato Barra, lo sport può rappresentare una possibilità di ritrovare una normalità spezzata.

«Per un bambino che cresce tra i bombardamenti o tra la polvere di un campo profughi, lo sport è l’ultima trincea dell’infanzia. Non è soltanto un modo per farli correre: è la possibilità di riappropriarsi di una normalità che le bombe hanno provato a cancellare».

E c’è anche una dimensione educativa: imparare a rispettare le regole di un gioco significa, in qualche modo, sperimentare un modo diverso di stare insieme: «Insegnare a un bambino le regole del gioco in un contesto di guerra significa fare disarmo mentale. Significa mostrare a chi è cresciuto vedendo solo la legge del più forte, della violenza e delle armi, che esiste un altro modo per stare insieme».

Il messaggio conclusivo di Barra è quindi rivolto allo sport, ma anche alla politica e alla società civile. «Nei contesti di guerra lo sport assume il ruolo di un’arma di resistenza culturale e di cura dei corpi», ha affermato, richiamando la necessità di una presenza concreta a difesa della dignità delle persone.

«Fare la guerra o fare la pace, è sempre una scelta politica», ha concluso.

E, in questa prospettiva, un pallone e un gioco possono diventare piccoli ma importanti luoghi nei quali ricominciare a costruire quella pace che ancora non c’è, ma che parte dall'animo stesso.